CRUISIN’ NON E’ UNA QUESTIONE DI STRUMENTI MA DI CULTURA

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CRUISIN’ NON E’ UNA QUESTIONE DI STRUMENTI MA DI CULTURA

Cruisin’ riconosce che sia il settore del fitness, come quello della danza, pur rappresentando due mondi fondamentalmente diversi, ha due principi fondamentali in comune: formazione eccellente e competenza.

Cruisin’ ha dedicato ben 34 anni ai percorsi formativi ed alla lifelong learning, sviluppando programmi ed idee con i migliori ricercatori ed esperti del settore.

Già dalle prime esperienze, a metà degli anni ’80, abbiamo prioritariamente posto la nostra attenzione sulle persone sviluppando in modo consapevole le loro competenze tecniche ed il sistema di lavoro in team, rappresentando per tutti la leadership capace di allineare gli individui, tecnici e allievi, nel perseguire obiettivi comuni, indirizzandoli ed incentivandoli verso prestazioni di livello qualitativo alto ed altruistico anche nei rapporti con i partner, come fossero parte integrante ed indissolubile del proprio team.

Il concept aziendale si è sempre basato sulle migliori opportunità per influire in modo più che positivo sui costi, qualità e soddisfazione del cliente a lungo termine. Cliente che nel tempo abbiamo sempre più qualificato ed identificato nella figura di partner ed effettivo collaboratore aggiunto per lo sviluppo e la qualità del prodotto finale.

Il nostro credo, che affermiamo da sempre, nonostante lo scetticismo che spesso affonda l’argomento, non è una questione di strumenti bensì di cultura.

Un principio che si basa su una visione dell’universo imprenditoriale a lungo termine, investendo nel futuro, affiancati da risoluzioni lean per progettare con qualità fin dall’origine.

D’altra parte, l’effetto stimolante dei nostri competitor, rappresentati da organizzazioni sponsorizzate da multinazionali oppure privati che per vendere il loro servizio si mascheravano da federazioni con la complicità di enti di promozione sportiva, non poteva che moltiplicare le nostre forze.

Ad oggi, sul progetto, Club Manager, per esempio, abbiamo investito e stiamo investendo su personalità in grado di risolvere i problemi dei club in modo serio e definitivo e tra l’altro in grado di trasformare l’apprendimento in un database organico e funzionale di conoscenze e competenze per l’immediato futuro.

Abbiamo creato e sviluppato l’azienda Cruisin’ con la convinzione e la consapevolezza che la migliore opportunità per influire positivamente sui costi e contestualmente mirare alla soddisfazione del cliente, fosse opportunamente rappresentata dalla concezione lean del servizio/prodotto presentato al mercato.

L’intuizione di acquisire un prodotto come lo Spring Energie, ovviamente sfidava il potere di mercato di una multinazionale in particolare ed ovviamente anche di tutte quelle aziende che presentavano sul mercato delle imitazioni più o meno deliranti dello step rigido.

Un attrezzo che ha rappresentato un’epoca ed arricchito forse colei che l’ha inventato, ma che ha causato una serie imprecisata di danni fisici: alle anche, alle caviglie, alle ginocchia ed infine anche alla schiena degli utenti in modo lieve e quasi impercettibile, ben più gravi invece i danni fisici causati agli addetti ai lavori che ne hanno risentito, eccome, nel tempo.

Evidentemente Cruisin’ ha venduto nel mondo un millesimo di Spring Energie di quanti step rigidi sono stati venduti dalla multinazionale e dai suoi cloni, ma nel tempo si è guadagnata la stima ed il rispetto dei clienti che hanno riconosciuto, dopo ben 15 anni, l’etica, la filosofia, la cultura ed il rispetto della salute di utenti ed operatori, la scelta lungimirante rispetto al concetto di profitto immediato e privo di scrupoli, classico di alcune aziende e dei loro obiettivi.

L’innovazione lean è visione a lungo termine e questo è più che sufficiente per gonfiarci i pensieri laterali e mostrare i neuroni.

Abbiamo nel tempo conosciuto individui che per alcuni istanti hanno affiancato il nostro percorso e che abbiamo perso di vista, il più delle volte per la loro convinzione non condivisa che lean fosse la mera applicazione di strumenti per eliminare gli sprechi e di conseguenza omologare i processi rendendoli a prova di fallimento.

Se così funzionasse l’applicazione, il risultato sarebbe come affidare il nostro futuro a degli algoritmi e questa non è la tesi che auspichiamo come scelta futura.

La cultura hip hop, altro esempio, ci ha trasferito il senso della sfida che significa anche affrontare l’incertezza del futuro, spesso del presente, con la stessa fiducia e determinazione che ha pervaso l’esistenza di uomini come Martin Luther King, Malcolm X, Kool Herc e Africa Bambaataa e le loro storie.

Meglio morire combattendo per la libertà che vivere come schiavi”, raccontava Bob Marley, ecco perché ci piace il reggae oltre che per quel ritmo evidenziato dalla chitarra in levare che esprime rabbia, sensualità e movimento.

Ci piace la sfida e l’abbiamo trasferita nel mercato dove si parla sempre più di guerra e di sangue nel delirio d’incoscienza collettivo.

In questo contesto manteniamo la nostra positività con fermezza ed offriamo soluzioni ai nostri partner senza farci coinvolgere dalle tendenze del momento o dalle occasioni di speculazione offerte dalle nuove tecnologie.

Le persone non hanno ancora compreso che quando si parla di sviluppo ci si riferisce ad un prodotto o servizio che avrà a che fare tra qualche tempo con i nostri bisogni per cui è indispensabile che sia proiettato nel futuro e che grazie all’innovazione potrà essere in grado di assolvere il suo compito come si è previsto nel tempo. Non è facile lo capisco ma è il centro del nostro ragionamento oltre che un obiettivo ambizioso e stimolante.

Marco Galleri, nel suo interessante e complesso lavoro “Prevedere per decidere” comincia il primo capitolo dell’incertezza con la frase.” Prevedere il futuro è fuori della portata umana, ma ci tocca farlo tutti i gironi”.

Più di venti anni fa in Cruisin’ prendemmo una decisione che si rivelò nel tempo azzeccata, per stare in tema diremmo “lungimirante”. Una di quelle decisioni sofferte perché il processo avrebbe, e ne eravamo consci, provocato vittime lungo il percorso.

La strategia prevedeva di allacciare una serie di partnership con le scuole di danza anziché le palestre, considerando che all’epoca l’hip hop in Italia si faceva per le strade (breaking) e nelle palestre.

Non tutte le scuole compresero il ciclone che stava arrivando e all’epoca non era semplice abbinare l’idea che nell’ora successiva ad una lezione di danza classica magari accompagnata al pianoforte, l’ora successiva potesse avere una colonna sonora con Run D.M.C. e Grandmaster Flash.

La scelta di collocare la danza hip hop nelle scuole fu la scelta giusta, traumatica per l’epoca, quanto salutare. Una previsione che ha determinato nel tempo il valore primario sia dell’Mc Hip Hop Contest, l’evento organizzato da Cruisin’ nel mese di gennaio con tremila street dancer, che dell’Mc Hip Hop School, la prima scuola di formazione per ballerini e futuri insegnanti di urban dance in Europa con oltre 10.000 iscritti e 3000 certificati.

Capite dove sta la difficoltà nell’investire oggi per sviluppare prodotti futuri ed ottenere vantaggi tra degli anni e parallelamente avere la capacità di prepararsi anticipatamente in senso aziendale a fronteggiare le sfide degli anni a venire?